di Massimo Di Marco

 

IL TANGO NEL CUORE
Storia di Eduardo Arolas, El Tigre del bandoneón
di Massimo Di Marco
NYN, Milano
Stampato da
Gruppo Stampa GB
Cologno Monzese, Milano
Prima Edizione 2008

Prezzo: € 18.00
Pagine: 384
Formato: 14,5x21cm

Spedizione: 2.00


Lo chiamavano “El tigre del bandoneón” anche per l’impeto passionale con il quale suonava, capace di far esplodere il suo strumento e di ridurlo ad un ombrello rovesciato dall’uragano. Ma Eduardo Arolas è il “Gardel della musica” e non è certo famoso soltanto per questo. Come musicista ha composto il suo primo tango a 19 anni (Una noche de garufa)senza saper distinguere una nota dall’altra. Poi, dopo la scuola, è divenuto quello che gli argentini definiscono un “creatore”. Eduardo Arolas (in realtà Lorenzo Arola) era capace di comporre tanghi uno dopo l’altro senza fermarsi mai, in un certo senso inseguito da Roberto Firpo che si affrettava poi a registrarli. Ha sperimentato l’impiego del violoncello, del contrabbasso – forse contemporaneamente a Canaro- e persino della batteria, però subito dimenticata. Ha trasformato il tempo del tango dal 2x4 al 4x8 (nel 1917 o anche un po’ prima) individuando un ritmo poi universalmente riconosciuto per esprimere tutto ciò che un tango dice. Inoltre ha strappato fuori dal suo bandoneon quelle voci musicali poi adottate da ogni altro grande compositore: le voci di una grande tristezza, nostalgia, dolore. Ma anche sentimento, emozione. Si potrebbe dire la musica dell’amore che Arolas voleva condividere soprattutto con il violino. Il suo tango più celebre è El Marne, il più ballato è La Cachila o Derecho vejo, ma il suo capolavoro è Maipo, un’autentica sinfonia piena di forza e di vittoria, di slanci e di espressioni a ventaglio.
La sua vita, davvero breve (1892-1924) è stata un vero tafferuglio. Un giorno ha conosciuto in una casa di piacere una ragazza: l’ha portata via, l’ha sposata, è l’unica donna che ha amato sino all’ultimo istante anche quando lei l’ha tradito per mettersi con suo fratello. Ma all’amore per Delia ne ha sovrapposti veramente tanti altri e di ogni tipo. Era bellissimo, aveva uno sguardo magnetico, era un artista.

Gli bastava un minuto per conquistare una donna. Ma ha vissuto anche molti amori appena sussurrati, forse solo sfiorati o pensati. Disegnatore e caricaturista ( le copertine di alcune partiture provengono dalle sue matite) ha lasciato presto queste attività per vivere ovunque vi fosse la sua musica, bettole, caffè, saloni, teatri, case aristocratiche. Amava vestire in modo elegante e ricercatissimo, tanto da stupire persino i raffinati ambienti parigini. E quando ha avuto bisogno di un’automobile ha acquistato la più bella, una Amilcar, come il re di Spagna.
A Parigi ha incontrato Isadora Duncan, fischiata a Buenos Aires, e pittori e intellettuali surrealisti. Prima aveva suonato per sei mesi allo Sporting di Montecarlo. Era giovane ma si sentiva se non vecchio, come escluso dalla vita: la sua amata Delia non c’era più e quindi non c’era più nulla che potesse attrarlo. Si è lasciato morire di tubercolosi ma forse soprattutto d’alcol e di dolore.
Il libro è stato scritto dopo cinque anni di ricerche incrociate: sono 384 pagine che si aprono con le parole di due grandi personaggi del tango, quelle di José Gobello, il presidente de l’Academia porteña del lunfardo e di Gabriel “Chula” Clausi, l’ultimo grande del bandoneon che ha scitto le poesie di molti suoi tanghi senza essere un poeta. Ma è stato un modo per stare più vicino al musicista che più ha amato.


 
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